Vaccino di cittadinanza

Considerazioni moraleggianti o etiche e considerazioni economiche.

Il 19 gennaio sul blog dell’Alieno Gentile è comparso questo articolo Il buio oltre il lockdown. Come usare Hopper per decifrare l’approccio Moratti | Piano Inclinato, da cui cito:

Letizia Moratti, neo-assessore al welfare in Lombardia, ha chiesto di tenere in considerazione 4 parametri per la ripartizione dei vaccini anti-Coronavirus: contributo che le Regioni danno al PIL, mobilità, densità abitativa e zone più colpite dal virus. Taluni, con un eccesso di zelo, l’hanno riassunto con “vaccini in proporzione al PIL”. Ciò che è importante è che questa richiesta arriva in scia a quanto dichiarato dal Direttore Generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità

«Attualmente sono state somministrate oltre 39 mln di dosi di vaccino in 49 paesi ad alto reddito. Solo 25 dosi in un paese a basso reddito. Non 25 milioni; non 25 mila; 25»

L’egoismo globale non danneggia solo i vulnerabili, ma è controproducente su base collettiva, perché

«prolunga la pandemia, le restrizioni necessarie per contenerla e le sofferenze umane ed economiche. L’equità dei vaccini non è questione morale, ma strategica ed economica».

Il messaggio dell’Organizzazione Mondiale della Sanità si conclude con

«Vaccinare entro i primi 100 giorni di quest’anno gli operatori sanitari e gli anziani in tutti i paesi, è nel migliore interesse di ogni nazione sulla Terra»

Il 25 gennaio The Guardian, riprendendo questo studio commissionato dall’International Chamber of Commerce, cita:

Hoarding Covid-19 vaccines could cost wealthy countries at least $4.5tn (£3.29tn) in lost income this year, according to a new study that argues vaccinating poorer countries against Covid-19 is not just a moral imperative but an economic one.
Experts have been warning that this disparity will slow the economic recovery from the pandemic, but the paper released on Monday estimates the cost to be substantially higher than previous forecasts.

«Even if a given country has access to the vaccine, it experiences a sombre recovery with a drag on its GDP when its trading partners do not have access to vaccines,» the study said. «In the absence of global coordination, countries that successfully contain the virus will still struggle as long as the other countries do not contain it.»

Il vero egoismo (di chi si vuole bene davvero) è allargare l’orizzonte.

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21 modi per dire lockdown

Da un po’ di giorni sull’Italia aleggia un numero: 21. Non si parla di gioco d’azzardo, ma delle 21 istituzioni, Regioni e P.A., e dei criteri per stabilire il colore di una Regione e le misure di contenimento della pandemia conseguenti. È scoppiata la polemica, mai sopita, tra Presidenti locali, Conferenza Stato-Regioni e Stato sul numero e il tipo di criteri da adottare per definire lo stato di salute di un dato territorio, con la richiesta, per ora bocciata, di passare da 21 a 5 i parametri che individuano il livello di rischio. Qualche interrogativo sorge, anche facendo la tara dei fini strettamente partitici. Per esempio, mi viene da chiedere perché solo ora vengano contestati così veementemente i 21 criteri centrali noti da aprile scorso? Su quali basi scientifiche (statistiche) i 5 criteri sarebbero sufficienti? Potrebbe benissimo essere che 5 sia meglio di 21, ma non trovo traccia di un modello statistico che comprovi l’assunto. Un approccio empirico sarebbe utile per chiarire le cose. Il fenomeno in cui ci troviamo immersi è complesso e un eccesso di semplificazione potrebbe farci perdere la visione d’insieme e l’evoluzione del fenomeno stesso. Che non sia semplice gestire i dati necessari è evidente, come anche evidente è l’arretratezza dei sistemi informatici di raccolta e elaborazione dati messi su dalle Regioni, preoccupate negli anni passati a gestire la sanità con software da ragioneria e magazzino merci, che coprono solo una parte delle necessità. Non mi sembra ci siano stati grandi investimenti in data mining e in personale (data scientist) qualificato. Consiglio di approfondire i 21 punti1, i 5 punti2 e il fattore $R_t$ 3.
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Ancora cattiva informazione

SkyTg24 il 18 novembre manda in onda un servizio sull’attendibilità dei test rapidi accompagnato anche da un testo sul loro sito. Apparentemente il servizio vuole dare un’informazione corretta, utile al pubblico e mostra anche dei documenti. La conclusione poi tende a evidenziare l’ennesima pochezza di Arcuri, come se servisse. Ho fatto qualche riflessione e qualche ricerca. Non mi sembra che quanto riportato nel servizio sia una novità eclatante. Si sa da sempre che i test antigenici non sono il gold standard nella diagnosi di Covid19 quindi che significato ha questo servizio? Il pubblico quale messaggio riceve? La massa capisce che anche questa volta sono stati sprecati soldi (circa 32 milioni di €), per colpa dell’onnipotente Arcuri, e non che il test antigenico va usato con criterio. Se chi ha preparato il servizio non si fosse fermato alla superficie, avrebbe trovato un articolo più recente1, in pubblicazione a dicembre, dello stesso gruppo di ricercatori di Hong Kong sulla stessa autorevole rivista scientifica in cui vengono paragonati test di diversi produttori. Quello che viene messo in evidenza è che i test rapidi risultano positivi solo con alta carica virale presente e nei primi giorni di comparsa dei sintomi. Come avrei preferito che il servizio fosse stato confezionato? Con più correttezza, per esempio facendo capire che un test antigenico rapido negativo non esclude la Covid19 e che uno positivo va poi sempre confermato con il molecolare. Ci sono altre sottigliezze descritte nell’articolo citato sul metodo di prelievo, sulla densità del materiale prelevato e così via. Se ne volete sapere di più sui test andate qui.
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