21 modi per dire lockdown

Da un po’ di giorni sull’Italia aleggia un numero: 21. Non si parla di gioco d’azzardo, ma delle 21 istituzioni, Regioni e P.A., e dei criteri per stabilire il colore di una Regione e le misure di contenimento della pandemia conseguenti. È scoppiata la polemica, mai sopita, tra Presidenti locali, Conferenza Stato-Regioni e Stato sul numero e il tipo di criteri da adottare per definire lo stato di salute di un dato territorio, con la richiesta, per ora bocciata, di passare da 21 a 5 i parametri che individuano il livello di rischio. Qualche interrogativo sorge, anche facendo la tara dei fini strettamente partitici. Per esempio, mi viene da chiedere perché solo ora vengano contestati così veementemente i 21 criteri centrali noti da aprile scorso? Su quali basi scientifiche (statistiche) i 5 criteri sarebbero sufficienti? Potrebbe benissimo essere che 5 sia meglio di 21, ma non trovo traccia di un modello statistico che comprovi l’assunto. Un approccio empirico sarebbe utile per chiarire le cose. Il fenomeno in cui ci troviamo immersi è complesso e un eccesso di semplificazione potrebbe farci perdere la visione d’insieme e l’evoluzione del fenomeno stesso. Che non sia semplice gestire i dati necessari è evidente, come anche evidente è l’arretratezza dei sistemi informatici di raccolta e elaborazione dati messi su dalle Regioni, preoccupate negli anni passati a gestire la sanità con software da ragioneria e magazzino merci, che coprono solo una parte delle necessità. Non mi sembra ci siano stati grandi investimenti in data mining e in personale (data scientist) qualificato. Consiglio di approfondire i 21 punti1, i 5 punti2 e il fattore $R_t$ 3.
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Ancora cattiva informazione

SkyTg24 il 18 novembre manda in onda un servizio sull’attendibilità dei test rapidi accompagnato anche da un testo sul loro sito. Apparentemente il servizio vuole dare un’informazione corretta, utile al pubblico e mostra anche dei documenti. La conclusione poi tende a evidenziare l’ennesima pochezza di Arcuri, come se servisse. Ho fatto qualche riflessione e qualche ricerca. Non mi sembra che quanto riportato nel servizio sia una novità eclatante. Si sa da sempre che i test antigenici non sono il gold standard nella diagnosi di Covid19 quindi che significato ha questo servizio? Il pubblico quale messaggio riceve? La massa capisce che anche questa volta sono stati sprecati soldi (circa 32 milioni di €), per colpa dell’onnipotente Arcuri, e non che il test antigenico va usato con criterio. Se chi ha preparato il servizio non si fosse fermato alla superficie, avrebbe trovato un articolo più recente1, in pubblicazione a dicembre, dello stesso gruppo di ricercatori di Hong Kong sulla stessa autorevole rivista scientifica in cui vengono paragonati test di diversi produttori. Quello che viene messo in evidenza è che i test rapidi risultano positivi solo con alta carica virale presente e nei primi giorni di comparsa dei sintomi. Come avrei preferito che il servizio fosse stato confezionato? Con più correttezza, per esempio facendo capire che un test antigenico rapido negativo non esclude la Covid19 e che uno positivo va poi sempre confermato con il molecolare. Ci sono altre sottigliezze descritte nell’articolo citato sul metodo di prelievo, sulla densità del materiale prelevato e così via. Se ne volete sapere di più sui test andate qui.
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